"Arte orafa In abruzzo"

Le opere, lo stile
"L'opera di Nicola appare molto vasta e sfaccettata e può essere suddivisa sommariamente in tre periodi stilistici: il primo periodo, precedente al viaggio fiorentino, in cui spunti personali e innovativi si mescolano con l'educazione artistica abruzzese; un secondo periodo coincidente con il presunto viaggio fiorentino e un sostanziale cambiamento del suo linguaggio in direzione di un forte ghibertinismo; terzo periodo, quello delle opere della maturità, in cui al linguaggio influenzato dal Ghiberti si mescolano la ripresa di arcaismi, le singolarità iconografiche e l'intervento via via più massiccio della bottega nelle sue opere. Il primo lavoro di Nicola firmato ma non datato, viene generalmente ritenuto il nodo di croce di Roccaspinalveti al quale viene correlata anche la croce astile proveniente dalla stessa chiesa di S.Michele Arcangelo, la cui paternità si attribuisce pure generalmente a Nicola. I due manufatti sono pienamente inquadrabili nella produzione sulmonese tra XIV e XV secolo, soprattutto per i dettagli iconografici e mostrano scarsi elementi di novità rispetto ai manufatti di quell'area geografica. Il nodo infatti è decorato da castoni a gocce con smalti traslucidi perfettamente inquadrabili in quella produzione orafa, mentre la croce ripete l'iconografia consolidata della Crocifissione tra i dolenti sul dritto e la Majestas Domini tra i simboli degli evangelisti sul rovescio. Un' eccezione va fatta per l'iscrizione del nodo di croce, scritta in una textura quadrata gotica caratterizzata da apici, spezzature e occhielli resi con l'effetto di nastri che formano pieghe, piuttosto rara in ambito abruzzese a quel tempo e frequente invece nella miniatura franco-fiamminga. Analogamente anche gli ostensori di Francavilla e Atessa, datati rispettivamente 1413 e 1418, si rivelano opere molto indicative di questa fase dell'arte nicoliana, in bilico tra tradizione e innovazione. Infatti, sebbene per la realizzazione degli ostensori Nicola riprenda la tipologia del tabernacolo architettonico, utilizzata come reliquiario e diffusissima tra XIV e XV secolo, di solito nelle tipologia di tempietto poligonale, egli apporta sostanziali novità e personalizzazioni ai prototipi precedenti. Innanzi tutto utilizza le microarchitetture non per ospitare le reliquie ma le ostie, creando una tipologia fino a quel momento inusitata; in secondo luogo, si riscontra nei suoi ostensori un uso contraddittorio degli elementi architettonici componenti le microarchitetture, che tendono ad essere usati in funzione di gioco stilistico, contraddicendo la loro funzione strutturale. A titolo di esempio si vedano, nell'esemplare di Francavilla, le finestre del tempietto ottagono, con i trafori che si ripetono speculari in basso, secondo un modello che nell'architettura reale non avrebbe applicazione o i contrafforti a rampanti del tempietto più piccolo dell'ostensorio di Atessa, montati al contrario rispetto a come dovrebbero essere nella realtà. In effetti nelle straordinarie microarchitetture degli ostensori , tutti gli elementi tratti dal lessico dell'architettura coeva vengono moltiplicati e smaterializzati da trafori, accostati con totale libertà inventiva, con effetti fiabeschi e irreali, in linea con le tendenze europee del gotico internazionale. Non solo, Nicola utilizza un repertorio di motivi che sembrano denunciare l'influsso di esperienze artistiche esterne alla regione, particolarmente veneziane, soprattutto per quel che riguarda l'uso di archi inflessi trilobati e intrecciati tra loro, ornamento che compare infatti nella prima metà del '400 nella loggia della Ca' d'Oro, forse mutuato dal cantiere del Duomo di Milano, dove il motivo è pure largamente usato sul finire del Trecento. Con molta probabilità l'uso dell'arco inflesso trilobo arrivò in Abruzzo con il cantiere di S.Maria di Collemaggio all'Aquila che infatti lo ripropone in due dei rosoni di facciata, dove probabilmente Nicola lo vide, dimostrandosi molto attento e aggiornato sulle novità artistiche che si andavano introducendo nella sua regione e fuori di essa. Come aggiornato e innovativo Nicola appare anche sul versante tecnico. Egli infatti utilizza fini baccellature sul piede degli ostensori, ispirandosi forse al vasellame di uso domestico e non a quello sacro, applica con disinvoltura diverse tecniche di decorazione a smalto ovvero lo champlevé, l'èmail de plique, e una variazione del cloisonné con filigrane, con una ricchezza ed un'inventiva straordinarie. Nella successiva croce di S.Maria Maggiore a Lanciano (1422) il linguaggio di Nicola sembra approfondire le esperienze in vista di una personalizzazione della sua arte. Una tendenza già in atto nelle croci abruzzesi di XIV-XV secolo era l'ampliare le scene secondarie ai lati del Crocifisso in senso narrativo, sostituendo ai soli dolenti, il Deliquio della Vergine e S. Giovanni tra Longino, Nicodemo e Giuseppe d'Arimatea, mentre al di sopra e al di sotto del Crocifisso, animali simbolici o rappresentazioni del teschio di Adamo, della Resurrezione e della Deposizione. Nicola sembra andare proprio in questa direzione creando nelle lobature della croce di Lanciano veri e propri gruppi statuari in miniatura, realizzati con forte aggetto dal fondo e con grande monumentalità plastica, di una qualità artistica inaudita per la scuola di Sulmona e per i quali sono stati più convincentemente proposti raffronti con la miniatura e la pittura coeva. In particolare vistose affinità con lo stile di Nicola ha rivelato il ciclo di affreschi nel coro di S.Silvestro all'Aquila, tradizionalmente attribuiti al ""maestro di Beffi"" e datati al primo decennio del XV secolo. "

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