"Arte orafa In abruzzo"

Leghe e Marchi in generale
"Notizie: La punzonatura dei manufatti d'oro e d'argento deriva dalla necessità di garantire la buona lega del metallo impiegato. Sia l'oro che l'argento non sono utilizzati nella monetazione e nell'oreficeria allo stato puro, ma sono lavorati in lega con il rame o altri materiali meno pregiati, in questo modo se ne aumenta la resistenza e la duttilità. Il valore intrinseco del metallo viene però a diminuire e con il variare il rapporto a discapito del fino e a favore del materiale vile è facile effettuare imbrogli e falsificazioni. Per questo si è resa necessaria una regolamentazione dettagliata per la composizione della lega, oltre all'istituzione di un ufficio di controllo che, una volta saggiata la buona qualità del metallo, ponga a garanzia il mercum o la bulla. Delle prime indicazioni a riguardo sono introdotte nel regno di Sicilia già dai Normanni, ma è con Federico II di Svevia che si emana una normativa più strettamente definita. Nel titolo XLIX delle Costitutiones Regum regni utriusque Siciliae si stabilisce per l'oro il rapporto valido di 8 once di fino e 4 once di rame per ogni libbra (1 libbra = 12 once; 1 oncia = 26,732 gr.), per l'argento 11 once di fino e 1 di rame. È stabilita inoltre l'elezione di due probi viri deputati al controllo e sono indicate le pene per i frodatori, dall'ammenda pecuniaria per una prima infrazione si passa al taglio della mano e addirittura alla morte in caso di ulteriori infrazioni. La documentazione non ha restituito l'elenco delle città nelle quali è attivato l'ufficio di controllo; possiamo comunque ipotizzare che tra queste vi sia Sulmona, centro che in età sveva assume un ruolo importate a livello amministrativo e commerciale. Le Costitutiones federiciane non fanno cenno neanche all'uso del mercum, garanzia della bontà del metallo saggiato, introdotto probabilmente solo in età angioina. Gli Angioini per il conio delle monete d'argento, i carlini, utilizzano una lega leggermente diversa, di 11 once di fino per 3 sterlini di rame (1 oncia = 3 sterlini; 1 sterlino = 1,3365 gr.), rapporto che per la buona qualità diviene il nuovo paramentro di riferimento anche per gli argentieri, tanto che nei documenti del periodo fino in età aragonese è facile trovare l'espressione ""de tenuta carolinis, de carolenorum, bono de carolenis o de liga carolenorum"". Nel 1622 il rapporto cambia di nuovo ed è ricondotto alla formula più semplice di 11 di fino e 1 di rame. La normativa regionale si adegua alla regole emanate a Napoli; a L'Aquila gli articoli De Argenti, contenuti negli Statuta Civitatis, riportano precise disposizioni sulla qualità della lega da utilizzare e specificano le penalità (pecuniarie) cui vanno incontro i trasgressori. È previsto inoltre l'uso di argento a tenore più basso per oggetti di minore prestigio destinati ad ornamenti personali (anelli, collane, ecc...) o a parti secondarie di manufatti pregiati. Il controllo è affidato a due esperti eletti dal consiglio cittadino i quali sono anche i custodi materiali della ""Bulla Camerarii"", col quale ""signare sive mercare"" i manufatti d'argento saggiati. Il ""mercum, puntello, vero mercho o bulla"" è costituito dal monogramma della città ""AQL"". Tra le fine del XIV secolo e l'inizio del XVI secolo ne sono stati rinvenuti, in una decina di manufatti, cinque differenti tipi. Il rinnovo periodico del punzone è reso necessario dal logorio cui è soggetto con l'uso e che col tempo lo rende meno definito e leggibile. In basso è riportata la sequenza cronologica dei marchi aquilani proposta dal Mattiocco, delineata sulla base di un'analisi paleografica e in riferimento allo stile degli oggetti esaminati. Il più antico bollo aquilano è stato individuato sulle croci di Cesacastina, Colli di Barete e di Lucoli, ed è riferibile al tardo trecento sulla base delle lettere gotiche utilizzate e i caratteri stilistici delle croci, mentre l'esempio più recente si riscontra in due croci di Tione e su di un calice della cattedrale di Troia (Puglia). Anche negli statuti cittadini di Teramo un intero capitolo regolamenta la lavorazione dell'argento: dalla composizione delle leghe si passa all'istituzione di un ufficio di controllo fino all'indicazione delle pene da scontare in caso di frode che, rispetto alla normativa aquilana, aggiungono all'ammenda pecuniaria il sequestro della merce. Non si fa cenno all'uso del punzone per certificare l'avvenuta verifica della bontà della lega, né si conoscono manufatti che recano un bollo riferibile alla città, ad eccezione del discusso calice di Bitonto, su cui gli studiosi discordano nel leggere la sigla TER per Teramo o TAR per Taranto. Il più antico marchio riscontrabile sul territorio abruzzese reca il monogramma SUL della città di Sulmona ed è punzonato sul cosiddetto dittico di Lucera. Purtroppo non si è conservata la normativa di riferimento degli orafi e argentieri della città, in cui gli studiosi sono concordi nel riconoscere le origini della tradizione orafa abruzzese, ma le molte testimonianze materiali che il passato ci ha restituito compensano tale lacuna. Un documento di particolare interesse per lo studio dei punzoni è il diploma con il quale re Ladislao di Durazzo il 28 dicembre 1406 autorizza ""mastro Nicola Piczulo"" a realizzare il nuovo merco a sostituzione del precedente ""danneggiato o distrutto"" e ""con esso come d'uso si segnino tutte le opere e vasi d'oro e d'argento secondo quanto approvato"". Quest'ultima frase può indurre a ritenere che vi fosse un obbligo di saggiatura e conseguente punzonatura di tutti i manufatti prodotti in città, una supposizione che però è contraddetta nella realtà, dal momento che ci sono diversi esempi di argenti lavorati in Abruzzo che non recano bollo, pur rispettando le prescrizioni per la lega. C'è poi il problema relativo ai manufatti realizzati in territori in cui non è documentato un ufficio di controllo, se in questo caso ci sia un obbligo o meno di portare l'oggetto a saggiare; caso ""anche se teoricamente possibile""... ""quanto meno estremamente infrequente"" dal momento che generalmente gli argenti marchiati mostrano caratteristiche proprie di botteghe operanti nella città cui fa riferimento il marchio (Mattiocco 1997). Probabilmente in Abruzzo, così come è documentato per il regno di Napoli, è prevista una tassa da pagare per la punzonatura, una certificazione che di fatto aumenta il valore dell'oggetto, ma che si poteva scegliere di non eseguire. La storia della punzonatura in Abruzzo si arresta nel corso del XVI secolo quando viene meno l'uso di contrassegnare i prodotti con il bollo, a L'Aquila e a Sulmona come nel resto del territorio, sicura conseguenza del declino qualitativo e quantitativo che la produzione orafa locale conosce in questo periodo, sopraffatta dall'ingente importazione di manifatture partenopee."

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