"Arte orafa In abruzzo"

L'OREFICERIA TRADIZIONALE IN ETA' MODERNA
L'arte orafa popolare tra XVI e XX secolo
L'oreficeria popolare in Abruzzo si sviluppa molto più tardi rispetto a quella sacra. Solo a partire dalla seconda metà del cinquecento possiamo parlare di una produzione d'uso legata al costume e di chiara impronta popolare. Ancora tra XVI e XVII secolo la diffusione dei metalli preziosi (oro e argento) in Europa era piuttosto scarsa. L'economia di sussistenza della maggior parte della popolazione non consentiva certo la circolazione di oggetti preziosi. Siamo nell'epoca della grandi epidemie e carestie che, provocando enormi disastri demografici, richiamavano l'attenzione sulla ricerca di beni di prima necessità e non certo di oggetti di lusso o comunque appartenenti alla sfera del superfluo e dell'abbellimento. In quel periodo la produzione orafa era concentrata solo in alcuni centri più importanti legandosi alla presenza di ceti sociali economicamente forti. Nel corso del Settecento il Regno di Napoli risentiva dell'influsso del riformismo illuminista che cercò di ridimensionare i privilegi del clero e della nobiltà pur non riuscendo a modificare i vecchi equilibri sociali. L'economia era ancora prevalentemente pastorale e basata sulla transumanza mentre la grande proprietà terriera era ancora concentrata nelle mani delle famiglie feudali e degli enti ecclesiastici. La maggior parte della popolazione svolgeva lavori manuali riuscendo a malapena a racimolare il necessario per il sostentamento. Solo in alcuni centri era possibile rinvenire la presenza di artigiani, commercianti, piccoli e medi proprietari terrieri e professionisti cioè ceti economicamente più dinamici e sulla strada dell'arricchimento. Questo dinamismo sociale favorì la circolazione di oggetti preziosi ma anche una diversificazione nelle lavorazioni in relazione alle possibilità economiche, al gusto e alle aspirazioni sociali. A prescindere da tanti miglioramenti economici e sociali la diffusione dei gioielli, per tutto il Settecento e gran parte dell'Ottocento rimase circoscritta ad una ristretta cerchia di persone. Le notizie sugli orefici per il Settecento ci provengono dai catasti onciari redatti fra il 1742 e il 1758 per disposizione di Carlo III che, attraverso questo strumento, voleva riformare le entrate fiscali del Regno. Queste fonti ci informano anche sulla presenza di apprendisti presso le botteghe più importanti. L'apprendistato durava circa cinque anni e non prevedeva remunerazione perciò poteva avviarsi a questo mestiere solo chi proveniva da famiglie benestanti e quindi in grado di mantenersi per tutto il periodo dell'apprendistato. Del 1808 è la legge Murattiana che stabiliva l'istituzione, nei più importanti centri del regno, di officine di garanzia che dovevano saggiare gli oggetto d'oro e d'argento e marcarli. La stessa legge introduceva la distinzione tra fabbricanti e commercianti nel settore dell'oreficeria. A conferire il titolo di maestro di bottega era l'autorizzazione dell'Amministrazione delle monete di Napoli mentre il semplice negoziante doveva solo ottenere dal sindaco del paese una licenza, che veniva concessa dopo un'accurata indagine sulla vita privata e pubblica del richiedente. Durante tutto l'Ottocento l'arte orafa si concentrò nei principali centri abruzzesi in cui confluivano popolazioni dei paesi più piccoli. Luoghi di commercio e scambio dei prodotti erano anche le fiere sparse sul territorio in cui gli orafi dei piccoli centri si recavano per vendere i loro manufatti. La presenza degli orefici nei primi decenni dell'Ottocento non è equamente distribuita nei diversi territori abruzzesi. Per l'Abruzzo interno si registrano presenze significative e diffuse nei vari centri con un numero qualificato di artisti. Fino alla metà del XIX secolo la diffusione e commercializzazione dei prodotti di oreficeria era limitata alle classi più agiate. Il costo molto elevato dell'oro e dell'argento ne precludeva l'acquisto ai ceti popolari che potevano al massimo permettersi oggetti di bassa caratura. Già intorno alla metà del secolo si rileva un miglioramento nella cura della persona tra le classi subalterne. Questo si riscontra sia nell'abbigliamento delle donne contadine che tendono a sostituire abiti fatti in casa con abiti di confezione sia nell'acquisto da parte dei ceti rurali di oggetti in oro (bracciali, collane, orecchini...) considerati più che altro come fondo di riserva da usare nei momenti di necessità. Il fenomeno dell'emigrazione che investe l'Abruzzo alla fine dell'Ottocento, apportando una serie di trasformazioni economiche e sociali, ebbe notevoli ripercussioni anche nelle attività artigianali. Si registrò un incremento delle botteghe artigiane anche nei piccoli comuni rurali e un ampliamento del mercato degli acquirenti. Erano gli emigranti tornati nei paesi d'origine che, in segno di benessere, acquistavano preziosi oggetti d'oreficeria o in alcuni casi scambiavano l'oro vecchio a bassa caratura con l'oro nuovo oppure decidevano di investire il loro capitale in botteghe artigiane che poi tramandavano ai loro discendenti, in modo da costituire delle vere e proprie dinastie. A dare avvio alla crisi dell'attività orafa, che sfocia nella trasformazione della stessa in pura attività commerciale, sono stati l'ampliamento dei mercati e l'introduzione di nuove tecniche di lavorazione. Una grande responsabilità va riconosciuta anche al governo fascista che nel 1941 emanò un decreto volto a vietare la vendita degli oggetti preziosi e che impose la donazione obbligatoria dell'oro alla patria per sostenere l'attività bellica. In questo modo andarono perduti esemplari rari e preziosi realizzati nei decenni e nei secoli precedenti e quindi parte della memoria delle generazioni passate. Come tutte le attività artigianali l'oreficeria ha subito un declino dopo la seconda guerra mondiale a causa della nuova economia di mercato che ha sconvolto le condizioni economiche e produttive.

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